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Cristina Menicocci


Azienda Biodinamica Vegana


Azienda Agricola Biodinamica- Tel: +39.0761.575041 Via Etruria, 2 - 01034 Fabrica di Roma (VT) - Italia


La nostra Terra


La storia dei Falisci è quella di un popolo in perenne lotta per la propria libertà ed indipendenza. La presenza di insediamenti umani nella zona, la cui economia e sussistenza era prevalentemente basata sull'agricoltura e sull'allevamento, si può far risalire con sicurezza al Neolitico, (fine V-IV millennio A.C.). Il ceppo linguistico dei Falisci ricade nell'area indoeuropea, in cui sono comprese altre lingue dell'Italia Antica tra cui il latino: le due parlate infatti hanno una radice comune "protolatina" che risale a periodi molto antichi, presumibilmente all'età del Bronzo (II Millennio A.C.) in cui i Falisci ed i Latini vivevano in un territorio comune. Controverse rimangono le ipotesi formulate sull'origine dell'insediamento di Falerii Veteres la cui fondazione è attribuita dalla leggenda alla mitica figura dell'argivo Halesus eroe mitologico della città; l'etimologia del nome sembra, invece, attinente alla base mediterranea "fala" = "altura arrotondata" riferita ai primi nuclei insediativi individuati sull'altura di Monteranno. Il territorio si estendeva da Sutri a Est, a Orte a Nord, costeggiando il Tevere ad Ovest ed a Sud il Monte Soratte sino a Capena. Sulle divinità indigene venerate dai Falisci, non si hanno che notizie indirette ed imprecise. Da fonti letterarie e storiche integrate da documenti epigrafici ed iconografici, si può ragionevolmente presupporre l'esistenza del culto di Mercurio, Apollo, Cerere, Libero e Minerva. L'associazione di quest'ultima in una triade pari a quella romana è testimoniata dalla certezza che un tempio di Minerva capta fu dedicato sul Celio, in seguito alla conquista romana di Falerii Veteres e dopo aver asportato dalla città conquistata, un simulacro della dea. La capitale dei Falisci, Falerii, raggiunge il massimo splendore nel periodo arcaico (VI secolo A.C.) ed in questo periodo si assiste ad una forte ellenizzazione della cultura falisca testimoniata dall'abilità degli artisti impegnati nella produzione di piccoli oggetti o di grandi statue di terracotta che mostra numerosi punti di contatto con l'analoga produzione greca, in particolare Attica. Le forme in ceramica maggiormente prodotte sono il cratere a calice ed a campana (l'Oinochoae, la Kylix e lo Stamnos); i temi più rappresentati sono quelli dionisiaci quelli cioè, legati alla sfera del dio Dionisio, il Bacco dei Latini, dio del vino. Nell'anno 438 a.C. Falisci e Veienti coalizzati in difesa di Fidene (l'attuale Castel Giubileo) che s'era ribellata ai romani scacciando la guarnigione che le era stata imposta. I romani mandarono un esercito per soffocare la ribellione. Falerii Veteres e Veio, il cui territorio era a diretto contatto con quello di Fidene si sentirono minacciate dalla prepotente espansione di Roma, il cui c arattere aggressivo e bellicoso costituiva un elemento di disturbo nei rapporti di buon vicinato stabilitosi tra loro da secoli. Di conseguenza fu inevitabile lo scontro armato tra i Romani e le tre città coalizzate. L'entusiasmo combattivo dei Falisci e l'avvedutezza dei Veienti e Fidenati nulla poterono di fronte alla potente organizzazione militare e all'efficace tattica dei Romani. La battaglia fu disastrosa per gli alleati. Lo stesso Re di Veio, Tolumnio, rimase ucciso in battaglia per mano del tribuno Aulo Cornelio Cosso, il quale, dopo aver spogliato il re delle sue armi, le offrì in dono al tempio di Giove ove rimasero fino al tempo di Augusto. Iniziò un periodo di scontri sporadici; Veio, Fidene e Falerii Veteres cercarono aiuti e alleanze con le altre città etrusche che rifiutarono a causa d'invidie e rivalità reciproche. I Romani che non avevano mai dimenticato le difficoltà provocate da Veio e i suoi alleati falisci, mentr'era impegnata a difendersi da Equi e Volsci, nel 396 A.C. conquistano e distruggono Veio; l'anno successivo è la volta di Capena e, ben presto anche Sutri e Nepi cadono nelle mani di Roma. Lo scontro diretto è ora tra quest'ultima e Falerii che capitola nel 394 A.C. Fu Marco Furio Camillo il comandante degli eserciti romani, lo stesso che introdusse lo "stipendium", la famosa "cinquina" per pagare lo stipendio ai soldati, lo stesso che dieci anni dopo scacciò Brenno Re dei Galli. Si narra a tal proposito, che Brenno dopo aver appiccato il fuoco a tutta Roma, chiese per andarsene, non so quanti chili d'oro e impose, per pesarli, una bilancia che rubava. I Senatori romani protestarono, e Brenno allora, buttò sul piatto dei pesi anche la sua spada, pronunciando la famosa frase "Vae Victis!", "Guai ai Vinti!". Al che Marco Furio Camillo rispose: "Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria", "la Patria si restaura con il ferro, non con l'oro"; si mise a capo di un risorto esercito e scacciò l'invasore. Nel 241 le vessazioni romane, soprattutto amministrative e fiscali, inducono i Falisci a nuove ribellioni che hanno un tragico epilogo. Falerii Veteres (Civita Castellana) viene totalmente distrutta e riedificata in pianura in posizione facilmente espugnabile a circa 5 chilometri; la nuova città è chiamata FALERII NOVI) per distinguerla dall'antica FALERII VETERES. L'infelice posizione difensiva della nuova città era compensata dalle ricchezze naturali del luogo, dalle buone acque sorgive, dal terreno fertile e di facile coltivazione. Per difendere in qualche modo questa città, intorno al 210 a.C. fu costruita una poderosa cinta muraria, con enormi blocchi di tufo rosso disposti di testa e di taglio, a filari alternati, senza malta secondo la tecnica Etrusca. Le mura, che sussistono ancora, si sviluppano per un perimetro d'oltre due chilometri, racchiudendo una superficie di circa 28 ettari. Esse erano rinforzate da 50 torri quadrate sporgenti all'esterno della cinta. Lo spessore delle mura è di due metri e l'accesso alla città era agevolato da nove porte monumentali. Le più importanti erano quattro e s'aprivano verso i quattro punti cardinali. Emerge, fra tutte, per architettura la " Porta di Giove".

Nella città confluivano le seguenti strade:
- la via Annia-Amerina, che collegava la Cassia alla Flaminia;
- la via Sacra, che collegava la nuova città e la Valle dei Templi di Falerii Veteres;
- la via Cimina, che andava verso i monti Cimini;
- la via Sutrina, che portava a Sutri.

Durante il periodo imperiale, il Cristianesimo penetrò anche a Falerii Novi. A poca distanza dalla "Porta di Giove" si trova un complesso di catacombe dei santi Gratiliano e Felicissima ricavate dalla cava che ha fornito il materiale da costruzione della cinta muraria della città di Falerii Novi. La tradizione attesta che a Falerii Novi nel 304 d.C. furono martirizzati i santi Gratiliano e Felicissima che furono dichiarati nel 1952 dal Vescovo di Civita Castellana Mons. Roberto Massimiliani protettori dell'Azione Cattolica diocesana. La caratteristica più saliente dell'impianto cimiteriale è certamente la gran larghezza delle gallerie, che in alcuni punti è superiore ai tre metri. Per la cronologia generale del cimitero non si dispongono elementi particolarmente indicativi ma, si suppone che possa essere stato frequentato dal III al V secolo. La localizzazione delle catacombe nel territorio e quindi lo sviluppo del cristianesimo non a caso segue i tracciati delle maggiori vie consolari. Il gran numero di sepolture collocate nelle Catacombe SS GRATILIANO E FELICISSIMA fanno altresì supporre che siano state utilizzate come area comunitaria a servizio dei vari insediamenti lungo la via Amerina. In questo monumento le sepolture sembrano ricordare un tenore di vita piuttosto modesto; una testimonianza è rappresentata dall'uso dei tegoloni in terra cotta per chiudere i loculi, che poi erano intonacati di bianco e quindi facilmente utilizzabili per le iscrizioni. Proprio in prossimità delle necropoli falisco-romane, è stata impiantata una necropoli paleocristiana che ne ricalca le forme e la tipologia. Tra le necropoli antiche e le catacombe esiste una continuità storica ed un modo analogo di rapportarsi all'ambiente naturale. Nel X secolo la città fu distrutta dai Normanni e nel 1143 la città di Falerii fu trasformata in monastero dai padri Benedettini a cui seguirono i Circestensi e che furono in seguito aggregati al monastero di San Giusto in Tuscania. Nel 1400 circa, dopo che fu lasciata dai monaci Circestensi, l'abbazia fu data in commenda a diversi Cardinali sino ad arrivare al 1597 quando la città fu lasciata in completo stato d'abbandono, così come trovasi tuttora. Tra le principali cause che hanno determinato l'abbandono di Falerii Novi, primeggiano senza dubbio le invasioni Barbariche che tra il III e V secolo si rovesciarono ad ondate sulle terre di tutto l'impero; dopo la distruzione nel 773 da parte del Re Longobardo Desiderio e in seguito da parte dei Normanni, priva com'era di baluardi naturali, gli abitanti di Falerii Novi cercarono rifugio nella loro città madre Falerii Veteres delimitata da profondi burroni, ricostruendo così l'attuale Civita Castellana. Civita Castellana risorta sullo stesso luogo dell'antica Falerii Veteres ospitò l'antipapa Clemente III durante la lotta tra Gregorio VII ed Enrico IV ed assistette alla sua morte nel 1100. Nell'anno 1492 il Cardinale Rodrigo Borgia divenuto pontefice con il nome di Alessandro VI fece costruire il Forte Sangallo. L'imponente rocca costituisce uno degli esempi più notevoli e meglio conservati dell'architettura militare dei secoli XV e XVI. Il progetto fu inizialmente affidato ad Antonio da Sangallo il Vecchio che trasformò l'impianto di un precedente castello medioevale in una poderosa fortezza. La costruzione perse successivamente la sua specifica funzione militare e diventò dimora papale ospitando numerosi pontefici tra cui Pio VI e Pio VII. Durante il Risorgimento fu trasformata in prigione e fu tristemente nota col nome di "Bastiglia dello Stato Pontificio". Nel 1977 è stata trasformata in Museo, rappresentando un'organica testimonianza della storia e della cultura del territorio.
L' Azienda dista 500 metri dall'antica città Falisca di FALERII NOVI. Sulla sua proprietà sono presenti numerosi reperti archeologici tra cui particolarmente importanti sono: le CATACOMBE DI SANTA FELICISSIMA e di SAN GRATILIANO, i numerosi tumuli Falisco-Romani inseriti in una via funeraria ed i resti della strada AMERINA. Nei pressi della nostra Azienda è stata ritrovata una Kilix a figure rosse, oggi conservata nel Museo Nazionale di Villa Giulia, raffigurante due giovani che si baciano che sembra anticipare il problema esistenziale del godimento e dell'oggi. Una sorta di "carpe diem" che invita all'amore, alla libagione, e che diviene esortazione a godere della giovinezza. Su di essa vi è scritto: "FOIED VINO PAFO CRA CAREFO" Che tradotto significa: OGGI BERRO' VINO DOMANI NON NE' AVRO'. Purtroppo tutti i reperti a causa dell'ottusità dei nostri governanti sono in non splendide condizioni di conservazione.