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Storia
La storia dei Falisci è
quella di un popolo in perenne lotta per la propria libertà ed
indipendenza.
La presenza di insediamenti umani nella zona, la cui economia e
sussistenza era prevalentemente basata sull'agricoltura e
sull'allevamento, si può far risalire con sicurezza al
Neolitico, (fine V-IV millennio A.C.).
Il ceppo linguistico dei Falisci ricade nell'area indoeuropea, in
cui sono comprese altre lingue dell'Italia Antica tra cui il
latino: le due parlate infatti hanno una radice comune
"protolatina" che risale a periodi molto antichi,
presumibilmente all'età del Bronzo (II Millennio A.C.) in cui i
Falisci ed i Latini vivevano in un territorio comune.
Controverse rimangono le ipotesi formulate sull'origine
dell'insediamento di Falerii Veteres la cui fondazione è
attribuita dalla leggenda alla mitica figura dell'argivo Halesus
eroe mitologico della città; l'etimologia del nome sembra,
invece, attinente alla base mediterranea "fala" =
"altura arrotondata" riferita ai primi nuclei
insediativi individuati sull'altura di Monteranno.
Il territorio si estendeva da Sutri a Est, a Orte a Nord,
costeggiando il Tevere ad Ovest ed a Sud il Monte Soratte sino a
Capena.
Sulle divinità indigene venerate dai Falisci, non si hanno che
notizie indirette ed imprecise.
Da fonti letterarie e storiche integrate da documenti epigrafici
ed iconografici, si può ragionevolmente presupporre l'esistenza
del culto di Mercurio, Apollo, Cerere, Libero e Minerva.
L'associazione di quest'ultima in una triade pari a quella romana
è testimoniata dalla certezza che un tempio di Minerva capta fu
dedicato sul Celio, in seguito alla conquista romana di Falerii
Veteres e dopo aver asportato dalla città conquistata, un
simulacro della dea.
La capitale dei Falisci, Falerii, raggiunge il massimo splendore
nel periodo arcaico (VI secolo A.C.) ed in questo periodo si
assiste ad una forte ellenizzazione della cultura falisca
testimoniata dall'abilità degli artisti impegnati nella
produzione di piccoli oggetti o di grandi statue di terracotta
che mostra numerosi punti di contatto con l'analoga produzione
greca, in particolare Attica.
Le forme in ceramica maggiormente prodotte sono il cratere a
calice ed a campana (l'Oinochoae, la Kylix e lo Stamnos); i temi
più rappresentati sono quelli dionisiaci quelli cioè, legati
alla sfera del dio Dionisio, il Bacco dei Latini, dio del vino.
Nell'anno 438 a.C. Falisci e Veienti coalizzati in difesa di
Fidene (l'attuale Castel Giubileo) che s'era ribellata ai romani
scacciando la guarnigione che le era stata imposta.
I romani mandarono un esercito per soffocare la ribellione.
Falerii Veteres e Veio, il cui territorio era a diretto contatto
con quello di Fidene si sentirono minacciate dalla prepotente
espansione di Roma, il cui carattere aggressivo e bellicoso
costituiva un elemento di disturbo nei rapporti di buon vicinato
stabilitosi tra loro da secoli. Di conseguenza fu inevitabile lo
scontro armato tra i Romani e le tre città coalizzate.
L'entusiasmo combattivo dei Falisci e l'avvedutezza dei Veienti e
Fidenati nulla poterono di fronte alla potente organizzazione
militare e all'efficace tattica dei Romani.
La battaglia fu disastrosa per gli alleati.
Lo stesso Re di Veio, Tolumnio, rimase ucciso in battaglia per
mano del tribuno Aulo Cornelio Cosso, il quale, dopo aver
spogliato il re delle sue armi, le offrì in dono al tempio di
Giove ove rimasero fino al tempo di Augusto.
Iniziò un periodo di scontri sporadici; Veio, Fidene e Falerii
Veteres cercarono aiuti e alleanze con le altre città etrusche
che rifiutarono a causa d'invidie e rivalità reciproche.
I Romani che non avevano mai dimenticato le difficoltà provocate
da Veio e i suoi alleati falisci, mentr'era impegnata a
difendersi da Equi e Volsci, nel 396 A.C. conquistano e
distruggono Veio; l'anno successivo è la volta di Capena e, ben
presto anche Sutri e Nepi cadono nelle mani di Roma.
Lo scontro diretto è ora tra quest'ultima e Falerii che capitola
nel 394 A.C.
Fu Marco Furio Camillo il comandante degli eserciti romani, lo
stesso che introdusse lo "stipendium", la famosa
"cinquina" per pagare lo stipendio ai soldati, lo
stesso che dieci anni dopo scacciò Brenno Re dei Galli.
Si narra a tal proposito, che Brenno dopo aver appiccato il fuoco
a tutta Roma, chiese per andarsene, non so quanti chili d'oro e
impose, per pesarli, una bilancia che rubava. I Senatori romani
protestarono, e Brenno allora, buttò sul piatto dei pesi anche
la sua spada, pronunciando la famosa frase " Vae
Victis!", "Guai ai Vinti!". Al che Marco Furio
Camillo rispose: " Non auro, sed ferro, recuperanda est
Patria", " la Patria si restaura con il ferro, non con
l'oro"; si mise a capo di un risorto esercito e scacciò
l'invasore.
Nel 241 le vessazioni romane, soprattutto amministrative e
fiscali, inducono i Falisci a nuove ribellioni che hanno un
tragico epilogo.
Falerii Veteres (Civita Castellana) viene totalmente distrutta e
riedificata in pianura in posizione facilmente espugnabile a
circa 5 chilometri; la nuova città è chiamata FALERII NOVI) per
distinguerla dall'antica FALERII VETERES.
L'infelice posizione difensiva della nuova città era compensata
dalle ricchezze naturali del luogo, dalle buone acque sorgive,
dal terreno fertile e di facile coltivazione. Per difendere in
qualche modo questa città, intorno al 210 a.C. fu costruita una
poderosa cinta muraria, con enormi blocchi di tufo rosso disposti
di testa e di taglio, a filari alternati, senza malta secondo la
tecnica Etrusca.
Le mura, che sussistono ancora, si sviluppano per un perimetro
d'oltre due chilometri, racchiudendo una superficie di circa 28
ettari. Esse erano rinforzate da 50 torri quadrate sporgenti
all'esterno della cinta.
Lo spessore delle mura è di due metri e l'accesso alla città
era agevolato da nove porte monumentali. Le più importanti erano
quattro e s'aprivano verso i quattro punti cardinali. Emerge, fra
tutte, per architettura la " Porta di Giove".
Nella città confluivano le seguenti strade:
- la via Annia-Amerina, che collegava la Cassia alla Flaminia;
- la via Sacra, che collegava la nuova città e la Valle dei
Templi di Falerii Veteres;
- la via Cimina, che andava verso i monti Cimini;
- la via Sutrina, che portava a Sutri.
Durante il periodo imperiale, il Cristianesimo
penetrò anche a Falerii Novi. A poca distanza dalla " Porta
di Giove " si trova un complesso di catacombe dei santi
Gratiliano e Felicissima ricavate dalla cava che ha fornito il
materiale da costruzione della cinta muraria della città di
Falerii Novi.
La tradizione attesta che a Falerii Novi nel 304 d.C. furono
martirizzati i santi Gratiliano e Felicissima che furono
dichiarati nel 1952 dal Vescovo di Civita Castellana Mons.
Roberto Massimiliani protettori dell'Azione Cattolica diocesana.
La caratteristica più saliente dell'impianto cimiteriale è
certamente la gran larghezza delle gallerie, che in alcuni punti
è superiore ai tre metri. Per la cronologia generale del
cimitero non si dispongono elementi particolarmente indicativi
ma, si suppone che possa essere stato frequentato dal III al V
secolo.
La localizzazione delle catacombe nel territorio e quindi lo
sviluppo del cristianesimo non a caso segue i tracciati delle
maggiori vie consolari.
Il gran numero di sepolture collocate nelle Catacombe SS
GRATILIANO E FELICISSIMA fanno altresì supporre che siano state
utilizzate come area comunitaria a servizio dei vari insediamenti
lungo la via Amerina.
In questo monumento le sepolture sembrano ricordare un tenore di
vita piuttosto modesto; una testimonianza è rappresentata
dall'uso dei tegoloni in terra cotta per chiudere i loculi, che
poi erano intonacati di bianco e quindi facilmente utilizzabili
per le iscrizioni.
Proprio in prossimità delle necropoli falisco-romane, è stata
impiantata una necropoli paleocristiana che ne ricalca le forme e
la tipologia. Tra le necropoli antiche e le catacombe esiste una
continuità storica ed un modo analogo di rapportarsiall'ambiente
naturale.
Nel X secolo la città fu distrutta dai Normanni e nel 1143 la
città di Falerii fu trasformata in monastero dai padri
Benedettini a cui seguirono i Circestensi e che furono in seguito
aggregati al monastero di San Giusto in Tuscania.
Nel 1400 circa, dopo che fu lasciata dai monaci Circestensi,
l'abbazia fu data in commenda a diversi Cardinali sino ad
arrivare al 1597 quando la città fu lasciata in completo stato
d'abbandono, così come trovasi tuttora.
Tra le principali cause che hanno determinato l'abbandono di
Falerii Novi, primeggiano senza dubbio le invasioni Barbariche
che tra il III e V secolo si rovesciarono ad ondate sulle terre
di tutto l'impero; dopo la distruzione nel 773 da parte del Re
Longobardo Desiderio e in seguito da parte dei Normanni, priva
com'era di baluardi naturali, gli abitanti di Falerii Novi
cercarono rifugio nella loro città madre Falerii Veteres
delimitata da profondi burroni, ricostruendo così l'attuale
Civita Castellana.
Civita Castellana risorta sullo stesso luogo dell'antica Falerii
Veteres ospitò l'antipapa Clemente III durante la lotta tra
Gregorio VII ed Enrico IV ed assistette alla sua morte nel 1100.
Nell'anno 1492 il Cardinale Rodrigo Borgia divenuto pontefice con
il nome di Alessandro VI fece costruire il Forte Sangallo.
L'imponente rocca costituisce uno degli esempi più notevoli e
meglio conservati dell'architettura militare dei secoli XV e XVI.
Il progetto fu inizialmente affidato ad Antonio da Sangallo il
Vecchio che trasformò l'impianto di un precedente castello
medioevale in una poderosa fortezza.
La costruzione perse successivamente la sua specifica funzione
militare e diventò dimora papale ospitando numerosi pontefici
tra cui Pio VI e Pio VII.
Durante il Risorgimento fu trasformata in prigione e fu
tristemente nota col nome di "Bastiglia dello Stato
Pontificio".
Nel 1977 è stata trasformata in Museo, rappresentando
un'organica testimonianza della storia e della cultura del
territorio.
A circa 400 metri dallantica porta di Giove di Faleri Novi
si conserva uninteressante catacomba, denominata dei SS
Gratiliano e Felicissima. Essa è ubicata lungo il tracciato
stradale che dalla città falisca conduceva a Sutri. Il
monumento, nonostante le dimensioni non trascurabili ed alcune
notevoli peculiarità strutturali, è rimasto fino ad oggi
praticamente sconosciuto. Devono aver pesato sulla scarsa
attenzione rivolta a questa catacomba il grave stato di abbandono
e le difficoltà oggettive per uno studio accurato create dal
forte interro e dal frequente allagamento degli ambienti.
Lunico contributo specificatamente dedicato al cimitero
riscontrabile nella letteratura archeologica risulta essere
quello di E. Le Louet, consiste in una breve descrizione del
monumento pubblicata nel Bullettino di Archeologia
Cristiana dellanno 1880. Prima del Le Louet,
lHenzen credo alludesse alla nostra catacomba quando nel
1844 ricordava a Faleri Novi la presenza di un cimitero
rassomigliante a què de Cristiani; una cava alta
penetrante nellinterno della montagna, con loculi nelle due
pareti simili perfettamente a quelli delle catacombe, ed alzatisi
in più piani fino ad altezza considerevole.
Alla catacomba di Faleri Novi dovettero lavorare per qualche
tempo e con una certa assiduità, alla fine del secolo scorso,
anche i redattori della carta archeologica dItalia, come
risulta da una breve nota descrittiva riguardante il cimitero
compresa nel materiale concernente il territorio Falisco
pianta e disegni delle catacombe di S.Maria di
Falleri, eseguiti da questi studiosi, non sono più però
rintracciabili, né vide mai la luce un loro lavoro
dinsieme sulla regione Falisca un capitolo che doveva
essere dedicato a le catacombe
Cristiane.
La catacomba, scavata allinterno di una
collina prospiciente un ruscello chiamato Rio Purgatorio, si
compone essenzialmente di quattro gallerie grosso modo parallele,
aperte a Nord, a breve distanza luna dallaltra su una
scoperta parete di tufo. La
caratteristica più notevole dal punto di vista strutturale
dellimpianto cimiteriale di faleri Novi è certamente la
inusitata larghezza delle gallerie, in alcuni punti superiori ai
tre metri, caratteristica questa che avvicina il cimitero alle
due catacombe di Bolsena e Nepi. La galleria (a) alta m 3.80 e
lunga circa 35 metri, si sviluppò in fasi successive; in un
primo momento dovette probabilmente arrestarsi a 4 metri
dallattuale ingresso, di qui verso sud per allontanarsi
dalla galleria (b) sino a raggiungere le dimensioni oggi
riscontrabili. La galleria (b) doveva estendersi per una
larghezza di 2.5-3 metri fino a 20 metri dallingresso, la
galleria (c) presenta una altezza di circa 4.80 metri ed una
lunghezza di circa 17 metri, la galleria (d) di cui rimangono
unicamente gli ultimi 17 metri fu scavata con la volta grosso
modo alla stessa quota delle vicine B-C.
Per la cronologia generale del cimitero non si dispongono
elementi particolarmente significativi. Resti di decorazioni
pittoriche sono visibili sul fronte della nicchia del cubicolo,
altre si scorgono sulla malta che ricopre la tegola di chiusura
di un loculo. Altrettanto scarse e poco indicative sono le
testimonianze epigrafiche. Un loculo della parete sud conserva
sul bordo inferiore i resti di alcune lettere graffite, esse
erano parte di uniscrizione che fu copiata, più completa
dal Pasqui nel 1891: Veturius filius ben(e) merite
fecit. Nelle catacombe di SS.
Gratiliano e Felicissima si individua il primitivo luogo di
sepoltura dei martiri Gratiliano e Felicissima col nome dei quali
il cimitero è ancor oggi conosciuto.
Piccole note sulla vita di San Gratiliano e
Santa Felicissima
S. Gratiliano era il figlio di una nobile famiglia che ai tempi
della tetrarchia romana viveva a Falerii ed il capofamiglia,
Massimiliano, era un grande amico del governatore della città,
Trasone. Il giovane Gratiliano, amico di San Lanno, fu aperto da
questi al vangelo e successivamente al battesimo
allinsaputa dei suoi, che già vivevano nel sospetto; e
quando una sera egli si rifiutò di partecipare ad una cerimonia
in onore dei Lari fu sottoposto ad interrogatorio nel quale il
giovane confessò la sua nuova fede con divino fervore. I
genitori rimasero sbalorditi e la loro disperazione raggiunse il
massimo grado quando il Governatore fece sapere loro che era a
conoscenza di tutto e li pregava di indurre il figlio a
rinunciare al cristianesimo, altrimenti avrebbe dovuto procedere
inesorabilmente contro di lui ( era questo il tempo in cui le
persecuzioni di Diocleziano infierivano contro i cristiani).
Gratiliano fu arrestato, rinchiuso in carcere e poichè le
sentenze per lalta aristocrazia erano riservate
allautorità imperiale, il Governatore Trasone scrisse a
questi. Intanto i genitori del giovane sedicenne riuscirono ad
avere la possibilità di visitarlo in carcere e,insieme ai
genitori, molti altri si avvicinarono a lui convertendosi alla
religione cristiana come avvenne per Felicissima, una giovane
cieca che appena battezzata da Gratiliano riacquistò la vista.
Limperatore rispose a Trasone dicendogli "
Se non
sacrificherà ai grandi dei, fagli subire varie pene e mettilo a
morte. Se poi consentirà agli atti del nostro culto, mandalo da
Noi e gli daremo un posto dei primi alla corte
" Il
Magistrato ed i genitori tentarono di convincere il giovane, ma
questi fu irremovibile e Trasone, essendo venuto a conoscenza del
miracolo che Gratiliano aveva operato su Felicissima e
considerandolo uno straordinario evento di magia, fece chiamare i
due giovani ed iniziò il processo. Il magistrato irato per la
loro fermezza diede prima ordine ai soldati di frantumare con una
pietra i denti ai due giovani e poi di condurli al supplizio.
Giunti sulla riva di un torrente, tra lantica Falerii e
Falerii novi, i soldati si fermarono ed i due giovni, in
ginocchio, chinarono le loro giovani teste che caddero nel
torrente recise dalla spada. Era il 12 agosto del 313 d.c. Il
padre di Gratiliano acquistò quel terreno e vi fece costruire un
sopolcro dove depose i corpi dei due giovanetti. La notizia del
supplizio dei due martiri si sparse ovunque e destò molta
impressione specialmente quando si seppe che i due dopo tre
giorni comparvero in sogno ai genitori di Gratiliano annuncinado
che era stata concessa la pace alla chiesa di Dio e la morte di
Trasone per ordine dellimperatore.
Il culto dei due giovani Martiri nacque immediatamente e si
diffuse per tutta la Tuscia con la costruzione di numerose chiese
a loro dedicate. Nel 1437 Capranica chiede a Civita Castellana la
sacra reliquia della Testa di Gratiliano. Lallora Cardinale
Paolo Cesi, amministratore e vescovo della città del Santo, la
donò al vescovo di Sutri e questi a Capranica. La reliquia venne
posta nellancora esistente chiesa dedicata alla Madonna del
Ruscello e il Santo fu venerato e festeggiato il 12 agosto di
ogni anno. Il custode di quella chiesa era un eremita sognò più
volte il Santo che gli ordinava di trasferire la sua Sacra Testa
a Bassano. Leremita così nel 1489 si mise in cammino per
Bassano e arrivato nei pressi del paese, dove oggi sorge la
Chiesa di S. Gratiliano, la Sacra Testa uscì dallurna e
sparì fra i cespugli. Leremita informò i bassanesi
dellaccaduto i quali corsero in massa alla ricerca della
reliquia che fu ritrovata risplendente come il sole, fu raccolta
e posta nella chiesa parrocchiale dove ancora oggi si trova.
Dagli atti della Passione di S.Gratiliano e Santa Felicissima
Il Processo
Quanto al sac. Eutizio e Felicissima, aveva comandato Trasone ai
suoi sbirri: "Prendeteli come potete". Felicissima
apprendeva dalla bocca di S. Eutizio la dottrina cristiana o,
come si esprime la fonte agiografica, imparava ad amare Cristo.
Piombarono all'improwiso le guardie e afferrarono Felicissima,
mentre nell'oscurità riusciva a dileguarsi S. Eutizio, memore
del detto evangelico: Quando vi perseguiteranno in una città,
fuggite in un'altra (Mt.l0,23).
Fu trascinata nella prigione dove era rinchiuso Gratiliano, nella
cella dei condannati alla pena capitale. Il giorno seguente
entrambi furono portati avanti al magistrato nel foro per un
processo pubblico. L'accusa rivolta a Gratiliano fu di magia e
maleficio. Rivolto a Gratiliano, lo riprese: "Dove hai
imparato a compiere tali malefici, per sedurre anche altri?"
Precisa calmo Gratiliano: "Questi non sono malefici, bensì
benefici di Cristo, il quale non permette che io sia vinto dal
diavolo, padre tuo". Sentito menzionare il diavolo,
Felicissima insisté con angelico candore: "Perché ti lasci
convincere dal diavolo, infliggendo pene ai servi di Dio?"
Anche lei si professava con orgoglio serva di Dio: servire Dio,
infatti, è regnare. Il magistrato, adirato a tanta audacia,
ordinò la frantumazione della loro bocca con una pietra: crudele
strumento di supplizio riservato a chi bestemmiasse gli dèi.
Intanto il pubblico rumoreggiava indignato a tanta crudeltà.
Esaurita la sua pazienza, tagliò corto Trasone, ingiungendo a
Gratiliano: "Sacrifica agli dèi e avrai salva la
vita". Di fronte ad un ulteriore rifiuto non rimaneva che
applicare le leggi in vigore: si doveva procedere alla
decapitazione. E' quanto avvenne: comandò che fossero decapitati
fuori delle porte cittadine, presso un torrente. E' il Rio
Purgatorio, tributario del Treia, che scorre tra Pàleri e Civita
Castellana. Consegnati ad un drappello di sgherri, furono
trascinati sul luogo del supplizio. Commovente la preghiera,
l'ultima di
due labbra innocenti, un credo ed un testamento insieme, con cui
i due martiri chiudono gli occhi a questa vita terrena: "O
Signore di tutte le cose visibili e invisibili, che hai inviato
l'unico tuo Figlio il Signore nostro Gesù Cristo, per redimerci
dai peccati, degnati ora di mandare il tuo santo Angelo
ad accogliere in pace le nostre anime e portarci al tuo cospetto,
tu cl"1e sei benedetto nei secoli. Amen".
Il Martirio
La mannaia del boia, guizzando con sinistri bagliori, chiuse per
sempre la loro bocca, spense la loro voce. Il martirio è il
sigillo della fede. Non vi è prova più chiara e convincente di
amore, come ha detto lui stesso: "Nessuno ha un amore più
grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Giov.
15,14). L'amico indimenticabile, per cui valeva la pena deporre
la vita era lui, Cristo stesso. Con brevi tocchi di penna
descrive il biografo quei momenti supremi: senza reagire, disteso
il collo, "il B. Gratiliano e la B. Felicissima furono
subito decapitati dai carnefici del diavolo". Sangue,
candido come la neve, sgorgò dal collo grondante di Gratiliano:
candore niveo, splendente come le vesti di Cristo sul Tabor:sono
trasfigurati nel Cristo risorto.
In quello stesso giorno, il padre di Gratiliano, ammirato della
forte tempra di carattere del figlio, tratto tipico di famiglia,
comprava quel campo inturgidato dal sangue del figlio, sito in
contrada Maulano e lo intitolò campo di Gratiliano; ivi dette
commossa sepoltura alle spoglie del martire. Era il 12 agosto 269
dell'era volgare.
Erano trascorsi tre giorni dalla sepoltura, quando, a somiglianza
di quanto avvenne presso il sepolcro di Cristo, apparvero insieme
a due giovani in bianche vesti nel silenzio della notte, ai
genitori di Gratiliano, rassicurandoli festosi: "Guardate
vostro figlio sano e salvo per virtù del Signore nostro Gesù
Cristo. Non ci piangete come morti, poiché siamo uniti al coro
dei SS.Apostoli e Martiri, mentre la mia sorella Felicissima è
presso la Regina Madre del Signore Nostro Gesù Cristo" Alla
testimonianza il martire Gratiliano aggiunse una profezia di
consolazione per la chiesa locale: "Vi annuncio la pace che
è stata concessa alla Chiesa di Dio; in questo stesso mese sarà
messo a morte Trasone, nemico dei cristiani, ucciso da Claudio
Cesare". Un passato prossimo che ha valore di futuro
profetico, cioè di un futuro già visto come realizzato. Ha
lasciato ai suoi genitori una dolce consegna, che è per noi un
testamento: "Non mi piangete come morto, ma credete nel
Signore Gesù Cristo, che può donarvi il perdono di tutti i
peccati e concedervi la vita eterna ".
L' Azienda dista 500 metri dall'antica città
Falisca di FALERII NOVI.
Sulla sua proprietà sono presenti numerosi reperti archeologici
tra cui particolarmente importanti sono: le CATACOMBE DI SANTA
FELICISSIMA e di SAN GRATILIANO, i numerosi tumuli Falisco-Romani
inseriti in una via funeraria ed i resti della strada AMERINA.
Nei pressi della nostra Azienda è stata ritrovata una Kilix a
figure rosse, oggi conservata nel Museo Nazionale di Villa
Giulia, raffigurante due giovani che si baciano che sembra
anticipare il problema esistenziale del godimento e dell'oggi.
Una sorta di "carpe diem" che invita all'amore, alla
libagione, e che diviene esortazione a godere della giovinezza.
Su di essa vi è scritto:
"FOIED VINO PAFO CRA CAREFO"
Che tradotto significa:
OGGI BERRO' VINO DOMANI NON NE' AVRO'.
Purtroppo tutti i reperti a causa dell'ottusità dei nostri
governanti sono in non splendide condizioni di conservazione. |
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